URANO, GEA E CRONO


dal sito Geagea.com

All’inizio era il Caos, poi fu la Terra e Amore (Gaia e Eros) e da loro nacque Urano (il cielo stellato). Quest’ultimo iniziò ogni notte ad avvolgere Gaia ed ogni notte ad accoppiarsi con lei. Ma i figli che nascevano dalla loro unione erano invisi ad Urano ed egli si adoperava per non farli venire alla luce mantenendoli nascosti nelle viscere della Terra stessa. Gea (Gaia) , angosciata da questa malvagità , per liberarsi del troppo peso che rinserrava dentro di sè, escogitò un terribile inganno: estrasse dalla proprie viscere il metallo per costruire un falcetto ed invitò i suoi figli ad intervenire per liberarla e liberare se stessi. Soltanto Crono, il figlio più giovane “dai pensieri tortuosi” si fece coraggio ed accolse l’esortazione materna. Quando di notte venne Urano per sdraiarsi sulla Terra, Crono uscì dal proprio nascondiglio armato del falcetto e d’un colpo recise la virilità al padre e la gettò in mare. Si dice che Gea, fecondata dal sangue di Urano, generò le Erinni, le Ninfe, e i Giganti, mentre il membro virile, cadendo in mare, generò la bella Afrodite (nata dalla schiuma).

La storia di Urano, Gea e Crono è talmente antica e i suoi elementi fanno talmente parte della vita che essi sono diventati i simboli di Cielo, Terra e Tempo: i Greci vedevano in questo mito la loro storia originaria.

Lungi dal porre fine a nascite e nuove generazioni, l’atto di Crono risulta essere origine di una nuova fecondazione, nonchè generatore di uno spazio tra Cielo e Terra, che solo consente l’esistenza agli umani, la cui vita è e resta fatalmente scandita dal Tempo. Sono facilmente ravvisabili i segni di una potente triangolazione edipica nella perversa alleanza madre-figlio contro il padre, nonchè nella ripetizione a catena della medesima dinamica che si protrae come una maledizione di padre in figlio.

Si narra infatti che, immortalmente ferito, Urano pronunciò la profezia che sarebbe ricaduta sul figlio: “Non esultare, ciò che tu hai fatto a me, sarà fatto a te da tuo figlio”, quasi a dire che a tutti gli dei e gli uomini maschi, per realizzarsi come tali, spetta passare attraverso l’esperienza della castrazione. Così Crono si trova, a sua volta, a temere la nascita dei figli che genera accoppiandosi con Rea e, nell’illusione di sfuggire alla maledizione, escogita il trucco di inghiottirli, appena nati, tenendoli prigionieri nel proprio corpo.

Si ripete così la maledizione dei padri sui figli, la cui nascita è temuta alla stregua della propria morte. Così accade che i figli vengano forzatamente custoditi nella visceralità dell’esistenza, mantenuti nella fusionalità con la Grande Madre, rappresentata dal corpo stesso che li tiene prigionieri in una dimensione di pre-nascita.

Tuttavia, anche in questo caso un figlio, con l’inganno operato dalla madre, sfugge alla condanna della non-nascita: questa volta spetta a Zeus, che Crono credeva di aver divorato mentre Rea gli aveva invece dato da inghiottire una pietra avvolta nelle fasce; sarà lui a vendicare la madre, liberando nel contempo sè e i propri fratelli.

“Urano e Crono – scrive Monik – devastanti e devastati, e Zeus, ora nel suo fulgore, indicano il destino all’uomo, sottolineato, sovralineato, dall’esempio divino. (…) Essere incatenato nella regione che si estende sotto la terra e l’infruttuoso mare (questa è la sorte che spetta a Crono) descrive, nel linguaggio mitico, l’esperienza dell’uomo scoraggiato e debilitato”.

L’esperienza della castrazione ha a che fare con l’uscita dall’infantile condizione e con il passaggio all’età adulta, alla genitalità appunto, che, paradossalmente, richiede che sia riconosciuta, accanto alla potenza solare e numinosa, anche la mancanza, il silenzio, il “vuoto non riempito”, la fase di quiete.

Divenirepadre richiede di sapere riconoscere quale legittima la nascita di un nuovo progetto, quindi di rinunciare alla competizione fallica che non sopporta “rivali”.

E’ l’accettazione di questo secondo aspetto che consente all’uomo di uscire dall’eterno gioco di costante contrapposizione che ripropone eternamente il susseguirsi della medesima dinamica: un uomo che si abbatte sull’altro uomo, ergendosi sul proprio valore fallico, per essere a sua volta abbattuto. Un potere che non genera che debolezza.

In questo mito sono in ballo dinamiche forti, non facilmente eludibili: il disprezzo e l’odio verso i figli in Urano, la protezione materna che cerca nei figli “alleati” per la premeditata distruzione del marito in Gea, la vendetta profonda in Crono che lo spinge a recidere la fonte stessa che lo ha originato.

Sono vicende di dei che trovano una certa risonanza in vissuti e sentimenti profondamente umani.

Ora se, come scrive Galimberti, “per frequentare la mitologia bisogna essere all’altezza di questa tensione, e non risolvere il mito nello statuto dell’indovinello”, non ci resta che meditare su quanto ancora oggi tali narrazioni evocano in noi, superando ogni aspettativa di rassicurazione da parte degli Dei, i quali, giustamente, “ci hanno abbandonato”, il che significa, capovolgendo, che a noi è dato abbandonarli.

“Il mito – scrive ancora Galimberti – non custodisce le chiavi, perchè la dimensione che frequenta è l’abisso, perchè l’apertura a cui si offre non ha nulla di rassicurante, perchè nel mito le forze della terra e del cielo non fanno da specchio alla vita dell’uomo, ma raccontano storie, dove la vita dell’uomo appare in tutta la sua inessenzialità.” In che modo allora ci è dato di abbandonare gli Dei? Se è vero che attraverso il mito l’uomo ha narrato se stesso, il proprio dramma, l’anelito che lo attraversa, proiettando tutto ciò in una dimensione sovrapersonale, allora proprio nel mito può riconoscere le dinamiche più profondamente umane. Rileggendo questi racconti possiamo talvolta rabbrividire nel cogliere, eternizzata, la dinamica della contrapposizione, che inchioda ciascuno al proprio ruolo, senza possibilità di soluzione.

Non è difficile scorgere in Urano-Crono l’infantilismo dell’uomo che non sa accettare l’esistenza altrui senza sentire a repentaglio la propria, l’ombra di una cultura basata sull’individualismo più primitivo. Uscire da questa prigione implica il ribaltamento della logica stessa: solo così, paradossalmente, è dato all’uomo di “superare” gli dei.

Gaia è il nome della Dea attraverso cui gli antichi Greci onoravano la Terra.

In base a questa credenza, Gaia, fecondo ventre cosinico scaturito dal primordiale spazio interstellare noto con l’appellativo di Caos, sarebbe esistita prima di qualsiasi altra forma di vita. Gaia ha generato il cielo, da lei battezzato Urano, affinché le tenesse compagnia e facesse l’amore con lei.

Il cielo che si protendeva al di sopra della Terra ha creato molti figli nle grande ventre di Gaia, ma Urano, temendo che la loro forza potesse essere superiore a a sua, ha proibito a Gaia di partorirli.

Nondimeno, a Cronos, il Tempo, il più forte dei suoi figli, Gaia donò una falce fatta con un materiale duro come l’acciaio e simile al diamante: con essa Cronos avrebbe reciso i genitali di Urano ponendosi all’entrata del ventre materno.

Ciò ha permesso a Gaia di creare tutti gli dèi e tutte le dee dell’antica Grecia.

Presso il celeberrimo tempio innalzato a Delfi in suo onore, si recavano le sacerdotesse che gettavano manciate di erbe sacre all’interno di un calderone, ricorrendo al fragrante fumo che ne scaturiva per invocare l’eterna saggezza di Gaia.

questo mito la loro storia originaria.

Lungi dal porre fine a nascite e nuove generazioni, l’atto di Crono risulta essere origine di una nuova fecondazione, nonchè generatore di uno spazio tra Cielo e Terra, che solo consente l’esistenza agli umani, la cui vita è e resta fatalmente scandita dal Tempo. Sono facilmente ravvisabili i segni di una potente triangolazione edipica nella perversa alleanza madre-figlio contro il padre, nonchè nella ripetizione a catena della medesima dinamica che si protrae come una maledizione di padre in figlio.

Si narra infatti che, immortalmente ferito, Urano pronunciò la profezia che sarebbe ricaduta sul figlio: “Non esultare, ciò che tu hai fatto a me, sarà fatto a te da tuo figlio”, quasi a dire che a tutti gli dei e gli uomini maschi, per realizzarsi come tali, spetta passare attraverso l’esperienza della castrazione. Così Crono si trova, a sua volta, a temere la nascita dei figli che genera accoppiandosi con Rea e, nell’illusione di sfuggire alla maledizione, escogita il trucco di inghiottirli, appena nati, tenendoli prigionieri nel proprio corpo.

Si ripete così la maledizione dei padri sui figli, la cui nascita è temuta alla stregua della propria morte. Così accade che i figli vengano forzatamente custoditi nella visceralità dell’esistenza, mantenuti nella fusionalità con la Grande Madre, rappresentata dal corpo stesso che li tiene prigionieri in una dimensione di pre-nascita.

Tuttavia, anche in questo caso un figlio, con l’inganno operato dalla madre, sfugge alla condanna della non-nascita: questa volta spetta a Zeus, che Crono credeva di aver divorato mentre Rea gli aveva invece dato da inghiottire una pietra avvolta nelle fasce; sarà lui a vendicare la madre, liberando nel contempo sè e i propri fratelli.

“Urano e Crono – scrive Monik – devastanti e devastati, e Zeus, ora nel suo fulgore, indicano il destino all’uomo, sottolineato, sovralineato, dall’esempio divino. (…) Essere incatenato nella regione che si estende sotto la terra e l’infruttuoso mare (questa è la sorte che spetta a Crono) descrive, nel linguaggio mitico, l’esperienza dell’uomo scoraggiato e debilitato”.

L’esperienza della castrazione ha a che fare con l’uscita dall’infantile condizione e con il passaggio all’età adulta, alla genitalità appunto, che, paradossalmente, richiede che sia riconosciuta, accanto alla potenza solare e numinosa, anche la mancanza, il silenzio, il “vuoto non riempito”, la fase di quiete.

Divenirepadre richiede di sapere riconoscere quale legittima la nascita di un nuovo progetto, quindi di rinunciare alla competizione fallica che non sopporta “rivali”.

E’ l’accettazione di questo secondo aspetto che consente all’uomo di uscire dall’eterno gioco di costante contrapposizione che ripropone eternamente il susseguirsi della medesima dinamica: un uomo che si abbatte sull’altro uomo, ergendosi sul proprio valore fallico, per essere a sua volta abbattuto. Un potere che non genera che debolezza.

In questo mito sono in ballo dinamiche forti, non facilmente eludibili: il disprezzo e l’odio verso i figli in Urano, la protezione materna che cerca nei figli “alleati” per la premeditata distruzione del marito in Gea, la vendetta profonda in Crono che lo spinge a recidere la fonte stessa che lo ha originato.

Sono vicende di dei che trovano una certa risonanza in vissuti e sentimenti profondamente umani.

Ora se, come scrive Galimberti, “per frequentare la mitologia bisogna essere all’altezza di questa tensione, e non risolvere il mito nello statuto dell’indovinello”, non ci resta che meditare su quanto ancora oggi tali narrazioni evocano in noi, superando ogni aspettativa di rassicurazione da parte degli Dei, i quali, giustamente, “ci hanno abbandonato”, il che significa, capovolgendo, che a noi è dato abbandonarli.

“Il mito – scrive ancora Galimberti – non custodisce le chiavi, perchè la dimensione che frequenta è l’abisso, perchè l’apertura a cui si offre non ha nulla di rassicurante, perchè nel mito le forze della terra e del cielo non fanno da specchio alla vita dell’uomo, ma raccontano storie, dove la vita dell’uomo appare in tutta la sua inessenzialità.” In che modo allora ci è dato di abbandonare gli Dei? Se è vero che attraverso il mito l’uomo ha narrato se stesso, il proprio dramma, l’anelito che lo attraversa, proiettando tutto ciò in una dimensione sovrapersonale, allora proprio nel mito può riconoscere le dinamiche più profondamente umane. Rileggendo questi racconti possiamo talvolta rabbrividire nel cogliere, eternizzata, la dinamica della contrapposizione, che inchioda ciascuno al proprio ruolo, senza possibilità di soluzione.

Non è difficile scorgere in Urano-Crono l’infantilismo dell’uomo che non sa accettare l’esistenza altrui senza sentire a repentaglio la propria, l’ombra di una cultura basata sull’individualismo più primitivo. Uscire da questa prigione implica il ribaltamento della logica stessa: solo così, paradossalmente, è dato all’uomo di “superare” gli dei.

Gaia è il nome della Dea attraverso cui gli antichi Greci onoravano la Terra.

In base a questa credenza, Gaia, fecondo ventre cosinico scaturito dal primordiale spazio interstellare noto con l’appellativo di Caos, sarebbe esistita prima di qualsiasi altra forma di vita. Gaia ha generato il cielo, da lei battezzato Urano, affinché le tenesse compagnia e facesse l’amore con lei.

Il cielo che si protendeva al di sopra della Terra ha creato molti figli nle grande ventre di Gaia, ma Urano, temendo che la loro forza potesse essere superiore a a sua, ha proibito a Gaia di partorirli.

Nondimeno, a Cronos, il Tempo, il più forte dei suoi figli, Gaia donò una falce fatta con un materiale duro come l’acciaio e simile al diamante: con essa Cronos avrebbe reciso i genitali di Urano ponendosi all’entrata del ventre materno.

Ciò ha permesso a Gaia di creare tutti gli dèi e tutte le dee dell’antica Grecia.

Presso il celeberrimo tempio innalzato a Delfi in suo onore, si recavano le sacerdotesse che gettavano manciate di erbe sacre all’interno di un calderone, ricorrendo al fragrante fumo che ne scaturiva per invocare l’eterna saggezza di Gaia.

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